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The Message” di Luca Immesi e Giulia Brazzale
Mercoledì 28 Luglio 2010 17:33    PDF  | Stampa |  E-mail

All’interno del Festival “L’arto Corto” dedicato al cinema breve organizzato dall’associazione culturale “Punto Com” in corso presso “Sponda Lungotevere degli Anguillara” in Roma fino al 29 agosto è apparso sugli schermi un cortometraggio lucido e ficcante quanto mai attuale: “The Message” di Luca Immesi e Giulia Brazzale. Dal profondo impatto emozionale e sociale, trasuda potenza e instilla solidale riflessione che svela e rivela le mancanze di cui tutti siamo taciti testimoni e complici. La terra è posta in stato di assedio, campeggia il demone della distruzione di cui artefice è la mano umana molesta, incautamente noncurante della desolazione a cui il genere umano è piegato. Unico inconsapevole “paciere” tra il surrogato umano e la terra è un bimbo che, in pochi frammentari frangenti di ancestrali ologrammi attraversa il miserevole stato delle cose a cui l’uomo è costretto. Basta uno strano marchingegno per essere messo in comunicazione con una dimensione parallela che annuncia un infausto messaggio…Il Tocco registico è delicato e poetico mai patinato, ma crudo e lucido senza sbavatura alcuna.


Un messaggio “inquietante” e ponete un bambino come unico legame tra la Terra e un futuro potenzialmente realizzabile. Perché?
Il messaggio è principalmente rivolto alle giovani generazioni visto che, purtroppo, quelle vecchie hanno contribuito a distruggere il pianeta assoggettandosi ad un sistema che vede nel profitto il principale motivo di esistenza. Inoltre le giovani generazioni saranno quelle che risentiranno maggiormente dei danni da noi provocati. Dobbiamo renderli consapevoli di quello che sta succedendo, solo così forse abbiamo una speranza di cambiare le cose.


Il bambino è nel contempo messaggero e detentore di un avvertimento per il futuro, cosa che regala un valore particolarmente poetico e significativo al messaggio rivelato. Come avete creato il plot?
Abbiamo riflettuto sulle condizioni del pianeta e sui disastri ecologici arrecati dall’uomo e abbiamo ipotizzato un possibile scenario futuro per l’umanità. Abbiamo costruito il monologo dell’astronauta rifacendoci alle profezie e ai canti  degli Indiani d’America. Il loro legame con la terra e gli animali, la loro profonda spiritualità e il loro desiderio di armonia con il cosmo ci hanno profondamente influenzato. Ci siamo ispirati anche ai discorsi di Gandhi, Martin Luther King, Charlie Chaplin nel grande dittatore.


Come siete giunti all’idea di usare un ologramma come voce svelante un messaggio di tale rilevanza?
Abbiamo usato un topos narrativo classico: il messaggio nella bottiglia. Nella nostra storia il naufrago è un astronauta che incarna l’archetipo dell’ ánghelos (il messagero). Inoltre volendo fare un corto sci-fi ci siamo subito affezionati all’idea dell’ologramma.


Affrontate una problematica quanto mai attuale e, triste a dirsi, talvolta di scarsa riflessione. Spesso si dimentica che è “l’uomo ad appartenere alla terra” e non viceversa. Da cosa nasce l’esigenza di lanciare un messaggio di questo tipo?
L’uomo per natura tende a migliorare costantemente la sua condizione ma l’errore grave che abbiamo commesso è stato di distaccarci sempre di più dalla natura da cui proveniamo, noi costituiamo solo una piccola parte dell’ecosistema, di questo i nativi americani ne erano perfettamente consapevoli. Le società basate sul denaro e su religioni che ergono l’uomo a padrone del mondo, ci legittimano a sentirci liberi di sfruttare impunemente il pianeta in tutte le sue forme di vita e in tutte le sue risorse. Visto che il nostro lavoro ci dà la possibilità di diffondere idee e messaggi, abbiamo deciso di parlare di quelli che riteniamo più urgenti.


Infine nelle ultime righe del messaggio finale si attacca alacremente ma con eleganza l’eccessivo valore dato al denaro. Come pensate che questa “deviazione di attribuzione” possa essere superata se tutto, anche la cinematografia, è nelle braccia del dio denaro?
Con la rivoluzione. Il riscatto (e in Italia c’è un assoluto bisogno di riscatto), a volte è doloroso, come dice Monicelli. Comunque viviamo in tempi di progressi tecnologici pazzeschi, la tecnologia Red che abbiamo usato per questo corto, e di cui noi siamo fra i principali esperti in Italia, permette di avere una qualità simile al 35mm ma con i vantaggi del digitale, compresi quelli economici.


Siamo nel 2054 e la Terra è deserta, sullo sfondo di immagini intorbidate qualche grattacelo che sovrasta il deserto circostante e l’accumulo di rifiuti che sembra inghiottire ogni cosa. Un’immagine futurista e immaginifica intorpidita da colori sbiaditi che rendono ancora più plumbea l’atmosfera …come siete riusciti a creare un’atmosfera del genere? A livello registico quali sono state le accortezze adottate?
Partendo dall’incipit del film “Lo stato delle cose” di Wim Wenders, abbiamo cercato di creare un’atmosfera apocalittica causata dal riscaldamento globale e dell’inquinamento. Abbiamo lavorato molto con il nostro art director Valerio Guadagno per disporre l’immondizia sulla spiaggia. Doveva essere incombente, doveva simboleggiare la quotidianità di quel mondo (che purtroppo poco si discosta da quella di alcune zone d’Italia..). A livello cromatico abbiamo realizzato un pallette di colori che si accompagnasse a quello della sabbia, lo stesso principio è valso per la scelta dei vestiti del bambino. In post produzione con la color correction e gli effetti speciali abbiamo poi potenziato l’atmosfera. A livello registico abbiamo scelto le inquadrature che meglio descrivessero la desolazione, studiando, inoltre, di volta in volta, le angolazioni dei campi, in modo da far combaciare le riprese dell’ologramma girate in studio con quelle della spiaggia girate in location.


Intervista a cura di Paola Tarasco

 

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http://www.esperimentocinema.com

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 28 Luglio 2010 17:38 )
 

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