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Supermarket mafia

Monday, 12 December 2011 10:56
Supermarket mafia

Dopo Gli Ultimi giorni di Marco Pantani, Primo e Que viva el Che Guevara, è arrivato in edicola Supermarker Mafia, quarto libro in un anno per Marco Rizzo. Dalla penna di questo giovane e prolifico autore emerge una lucida inchiesta sui legami tra mafia e settore agro-alimentare, che ci svela il percorso criminale che seguono gli alimenti prima di arrivare sulle nostre tavole. Una catena di infiltrazioni malavitose che percorre tutta la filiera produttiva, dalla terra ai supermercati. Dalle origini del potere mafioso nella gestione dei latifondi nella Sicilia del XIX secolo, questo intreccio delinquenziale si nutre oggi dello sfruttamento dell’immigrazione clandestina, delle minacce ai coltivatori, della gestione delle catene distributive, fino a mettere le mani sui fondi europei. Una fitta rete mafiosa che invade tutto lo stivale e che arriva nei nostri frigoriferi, rendendoci involontariamente finanziatori di questo mercato illecito. Marco Rizzo analizza recenti processi e condanne portando a conoscenza del lettore questa realtà inquietante ed invitandoci ad essere consumatori critici ed informati.

La sua inchiesta tocca due temi “difficili”: la mafia e il consumo. Quanti ostacoli ha incontrato nel processo di reperimento di informazioni e ricerca?

Fortunatamente, ci sono numerose inchieste giudiziarie e condanne che tracciano i punti di contatto tra questi temi. La difficoltà è forse la quantità enorme di informazioni che si potrebbero raccogliere, vista la diffusione del fenomeno. La vera sfida è stata dare un filo conduttore alle varie tematiche apparentemente sconnesse, senza risultare noiosi o pedanti (o almeno spero). Sono stati di grande aiuto anche i vari colleghi interpellati: giornalisti sparsi per l’Italia “esperti” in qualche modo delle organizzazioni criminali a loro più vicine.

L’agricoltura è una delle attività più controllate dalla mafia, probabilmente perché le associazioni di stampo mafioso possono intervenire in tutti i passaggi della filiera produttiva?

Certo, anche se non è l’unica motivazione. C’è una ragione per così dire storica, legata alle radici delle organizzazioni criminali e alla conseguente permeabilità di certi ambienti. E forse anche il fatto che grazie anche ai fondi europei si tratta di settori dove possono cadere a pioggia tanti finanziamenti. Ma di certo, la possibilità di controllare un’unica filiera con più possibilità di sfruttamento è appetibile per le mafie.

In che modo l’attuale legge sull’immigrazione favorisce la ricattabilità degli immigrati e quindi allontana dal processo di integrazione?

È molto semplice: il legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno per extracomunitari mette da subito l’immigrato in condizioni di bisogno. E le mafie sfruttano sempre il “bisogno”, specie quello di lavoro, che si tratti di giovani italiani o di persone che hanno attraversato il deserto e il Mediterraneo in cerca di fortuna. Per di più, essendo spesso clandestini, molti extracomunitari che servono come braccianti sottopagati, non possono denunciare gli sfruttatori per paura di essere rispediti in patria. Davvero, sembra una banalità, ma proprio per questo ci si stupisce che non si acceleri nel trovare una soluzione a questa legge-scempio.

Quanto è vero che “Una catena di supermercati senza il sostegno o l’interesse diretto di Cosa Nostra non può nascere”, frase del collaboratore di giustizia Nino Giuffrè che lei riporta nel libro?

Be’, non voglio dire che un mafioso sia generalmente il massimo dell’affidabilità, ma il sistema descritto da Giuffrè e poi nel dettaglio da Matteo Messina Denaro in un pizzino a Provenzano sembra quasi standardizzato. È chiaro, lungi da me dire che si tratta della prassi consolidata... quello starà alle sentenze dirlo. Al momento, emerge che in alcuni casi cruciali (Grigoli, Scuto) gli investitori avevano alle spalle il sostegno di Cosa Nostra. E che la mafia interveniva non solo investendo, e quindi riciclando denaro sporco, ma anche pilotando le assunzioni o gli appalti dei fornitori.

Se il racket mafioso in campo agro-alimetare invade tutta la penisola, come può quindi un consumatore medio evitare di finanziare associazioni a delinquere?

La parola chiave è informarsi. Tenere le orecchie aperte e quando si hanno notizie preoccupanti, comportarsi di conseguenza. Certo, bisogna aspettare le sentenze, ma è vero anche che proprio nel caso di Grigoli i sospetti uniti alle notizie giornalistiche emerse piano piano avevano delineato un quadro inquietante molto prima che i giudici si pronunciassero. La vera soluzione, a mio parere, è più che altro da inquadrare nell’ottica generale di un consumo critico, pulito e responsabile. Non fa di certo male cercare di appoggiarsi ai Gruppi d’Acquisto Solidali o provare a rifornirsi direttamente dai contadini nei vari mercati rionali o in quelli organizzati dalla Coldiretti. Ma ripeto, la prima arma di difesa del “cittadino comune” dalla mafia è avere (se non chiedere) un’informazione precisa, puntuale e affidabile.

A cura di Martina Paone

 

 

 

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