Simone Vignola è un giovane bassista campano che ha recentemente pubblicato il suo primo lavoro solista, "Going to the next level", stampato su etichetta Black Cavia Records e su King Records per il Giappone. I 13 brani che compongono l'album spaziano da ritmi e suoni house e funky fino a strutture più fusion e rock; lo stile di Vignola è eclettico e mette spesso al centro della scena il suo strumento principe: il basso. Nel 2008 vince l'Euro Bass Day come "miglior bassista under 35", accompagna in concerto i Level 42 e segue diversi progetti di cui ci parla nell'intervista di oggi. E' anche un abile performer nella tecnica del live looping, che consiste nel registrare e mandare in loop, l'uno sull'altro, suoni ritmici e riff, melodie e giri armonici: il risultato è la costruzione dal vivo, in tempo reale, di un brano, partendo dai singoli elementi. Vignola è anche autore e produttore del suo lavoro solista: tutto ciò è raccontato visivamente nel videoclip che accompagna l'intervista, "City Life", dove Vignola è anche coautore, insieme al videomaker Antonello Carbone.
Quando nasce la tua passione per la musica?
Ho approcciato la musica quando ero piccolo e credo che questo mi dia una dimensione del riuscire a suonare come una cosa naturale. Ho sempre giocato con la musica con curiosità, d’altro canto anche lo sviluppo tecnico dipende dalla voglia di scoprire. La passione per la musica è un cosa diversa dal “vedersi musicista” adolescenziale, ti viene nel momento in cui diventa un tuo linguaggio e te ne servi con bisogno per comunicare. Credo di aver sviluppato questa forte passione da qualche anno.
C’è qualche brano di “Going to the next level” a cui sei particolarmente legato?
Sicuramente Time is Flying Again è il pezzo a cui sono più legato, il primo che ho scritto e cantato da solo, senza programmi ma solo per soddisfare la suddetta curiosità: cantare, oltre che suonare, è una cosa bellissima. Poi c’è Love Song, da cui è partito tutto; FAQ, con cui ho vinto il Loop Contest; uno dei pezzi che invece mi piace molto musicalmente è “I just dont wanna miss you”.
Quali artisti hanno avuto influenza sul tuo percorso artistico?
Sicuramente Sting e i Police, fin da bambino. Come artisti di riferimento John Mayer, Les Claypool e i Primus, Victor Wooten, Planet Funk, Daft Punk e tutta la scia French touch. In adolescenza sono stato un rockettaro convinto, ascoltavo molto gli Iron Maiden e i Pantera.
Ti ritieni un musicista che punta alla perfezione tecnica o alla comunicazione col pubblico?
Sono per l’“Impara l’arte e mettila da parte”, vale a dire impara la tecnica ma non suonare in funzione di essa. La tecnica è sempre il mezzo, la grammatica, certo meglio la conosciamo meglio riusciamo a parlare. Io credo che parlare sia il fine ultimo dell’artista, emozionare la gente che ti ascolta poi è la realizzazione. A me la musica degli altri mi emoziona e ne ho bisogno, in un certo senso spero di riuscire a diventare così.
Hai avuto la possibilità di girare l’Europa: pensi che all’estero ci sia un’attenzione diversa alla musica?
Penso che il gusto musicale dell’italiano sia un po’ diverso, ci sono band che riescono ad essere famose quasi solo in Italia. Stiamo diventando un mercato un po’ diverso, ma molto interessante. Il problema è che i dischi costano un po’ troppo da noi, li andiamo a scaricare e quello che prendiamo gratis non ha mai molto valore. Così la musica ha meno valore come discorso di cultura generale. Poi c’è differenza sul live, fuori dall’Italia ci sono più club e molto meglio attrezzati. Nel nord dell’Europa è anche impensabile trovare un qualsiasi locale senza un ottimo impianto audio, già solo per ascoltare. Come pubblico credo che il pubblico Europeo resti più “difficile” da catturare di quello americano, che è meno pretenzioso. Fatto sta che in Italia siamo molto più tirati sui complimenti e ci stupiamo di meno, ma questo io credo perché siamo circondati dalla storia e ci vuole ben altro per stupirci.
Ci parli del progetto “the BASStards”?
Un progetto nato sempre per la solita curiosità, una bella collaborazione con un grande bassista come Alberto Rigoni. C’è stata la voglia di fare un po’ di esperimenti e sono venute fuori un po’ di cose. Abbiamo pubblicato Obsession, prodotto un bel video con la regia di Antonello Carbone e stiamo raccogliendo buoni consensi. Ora stiamo pianificando il sequel, ci sono già dei brani in cantiere.
A cosa stai lavorando al momento?
Beh, in generale le cose vanno sempre diversamente da come ti aspettavi e mi trovo oggi alle porte del secondo disco. Tra gli imminenti progetti c’era l’uscita di un mio trio sperimentale, ma il progetto da solo ha portato degli sviluppi positivi e ho attenuto una proposta da RBL Music Italia, etichetta romana per cui uscirà il secondo album. Sarà in Italiano ed uscirà per la primavera 2012. Le modalità di lavoro restano invariate dal primo disco in termini di produzione artistica ma il disco suonerà senz’altro un po’ diverso. In questo momento mi sento senza una direzione precisa, tutte le esperienze nell’ultimo anno mi hanno un po’ destabilizzato; d’altro canto siamo sempre in mutamento e andiamo sempre verso un livello diverso, con condizioni e circostanze diverse.
di Gabriele Orlandi











